STORIA DI UN CORPO. Laboratorio di improvvisazione teatrale


Pubblicato il: 2 Maggio 2017


Venerdì 5 maggio, alle ore 19, nel Teatro dell’Accademia delle Belle Arti, si terrà la serata finale del laboratorio teatrale con gli studenti di Medicina. Quest’anno il testo  è ‘Storia di un corpo’ di Daniel Pennac. Medicina e teatro condividono la centralità del corpo. Corpo che ha bisogno di una “scena” per rivelarsi e aprirsi, e trasformarsi in racconto. Corpo sottoposto allo sguardo e all’ascolto, per essere letto nei suoi processi di trasformazione. Corpo macchina espressiva.  Da qui l’idea di proporre La strategia del silenzio, un laboratorio teatrale per gli studenti di Medicina che abbia come obiettivo formativo lo studio e lo sviluppo delle competenze relazionali nel rapporto medico/ paziente, attraverso l’esperienza performativa, la messa in gioco personale fisica e creativa.  Al laboratorio, ai suoi procedimenti di composizione estemporanea, di improvvisazione e di creazione flagrante, si chiede il potenziamento della comunicazione nella relazione d’ascolto, attraverso l’esercizio della comunicazione non verbale, la traduzione in racconto dell’esperienza vissuta, la costruzione del silenzio come circostanza necessaria per l’ascolto.  Sempre senza copione, ma con l’uso di materiali narrativi (Cechov, Vian, Wallace). Siamo alla quarta edizione, quest’anno, e il testo scelto è Storia di un corpo di D. Pennac (2012).  In più quest’anno il progetto si avvale del contributo creativo e di studio degli studenti di scenografia dell’Accademia di Belle Arti, nell’intento di verificare l’attualità di una interazione di competenze e finalità diverse su un obiettivo comune, utilizzando lo stesso materiale narrativo, ma muovendo dalle proprie specifiche progettualità plastiche, spaziali, visive.

La locandina recita, “laboratorio di improvvisazione”. Due parole che portano con sé un sottinteso volatile, sperimentale, provvisorio: qualità necessariamente pertinenti al fenomeno della “recita”. Senonché “improvvisazione” ha anche un’eco, un’assonanza suo malgrado con “approssimazione”.  E invece in teatro è quanto di più esatto si possa creare. Non si esegue una partitura, ma la si stabilisce nell’atto stesso del suo manifestarsi. E si manifesta nell’unico suo modo possibile. Su questo terreno ho chiamato gli allievi. Ho chiesto loro di risvegliare la propria “coscienza poetica” (tutti ne abbiamo una). Ho chiesto loro di dare agio a un’istanza narrativa, a qualcosa che valeva la pena manifestare. Ho chiesto loro di essere disponibili alla parrhesìa, a “un dire che espone” e ti fa responsabile di quello che dici.      La lettura del libro – punto di partenza canonico del nostro lavoro (quest’anno Storia di un corpo di Pennac, mai titolo ha descritto meglio merito e metodo de La strategia del silenzio) – ha dato loro l’occasione per riconoscere il personaggio cui dare vita. Non si è trattato di “immedesimazione”, parola equivoca e, in definitiva, piuttosto vacua. Si è trattato di costruire delle esperienze. Create e buttate via. Improvvisate. Per costruire il paesaggio di una memoria. Del processo pedagogico, come di quello poetico, questo resta, la memoria di un’esperienza. Memoria fisica, memoria nel corpo. (s.c.)


 


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